Hunger

Orari

Dal 09/11/2018 al 13/01/2019

Mar-Dom, 9:00 - 13:00 | 16:00 - 20:00

A cura di

Martin Petrič

Opere

Lech Kolasiński

Cătălin Tăvală

Andrej Lamut e Mirjam Čančer

La mostra Hunger presenta tre sguardi provenienti dall’Europa dell’Est, territori geograficamente lontani, ma temporalmente coinvoilti rispetto ai processi di trasformazione sociale e culturale innescati, prima, dalla rivoluzione industiale e, successivamente, amplificati dalla rivoluzione delle telecomunicazioni.

Lech Kolasiński, è un pittore di Cracovia (Polonia) che presenta opere in stile colorista. Ha affrontato l’argomento del pane in maniera feticista, come argomenta lui stesso: “Per le persone provenienti da grandi città, la necessità di contatto con la natura diventa un’esigenza mistica. Nella ricerca di un domani migliore, non vediamo le possibilità di fermarci e capire questo domani. La fame di natura è come la fame di pane. Il paesaggio può diventare il momento della calma. Fermati, senti, ripensaci”. I suoi dipinti risuonano di una certa sensazione di sicurezza, dove ad essere mostrato è il nostro ancestrale bisogno di vivere in armonia con le piante. La dissociazione con l’ambiente naturale può causare una grande fame per esso, come in altre situazioni della nostra vita in cui prendiamo coscienza di qualcosa o qualcuno che manca. Ma connettersi, per davvero, con la natura si può rivelare pericoloso, non dimentichiamo che siamo stati e potremmo ancora essere cibo per altre creature. Lech Kolasiński elimina deliberatamente la parte pericolosa, così il vero ambiente naturale appare ancora più lontano, e il sentimento di sicurezza diventa ancora più forte e critico.

Cătălin Tăvală è un artista e grafico di Sibiu (Romania) che presenta opere d’arte in diverse tecniche che evocano scene grottesche nell’approccio al disegno classico. Le sue opere sono profonde e comunicano forti messaggi visivi connessi al suo ambiente di vita di tutti i giorni. Agisce come se stesse raccogliendo le immagini che si vedono frequentemente nella giungla mass mediatica, trasformandole in maestose opere d’arte e portando il soggetto all’attenzione momentanea dello spettatore, a volte senza implicazioni di empatia, a volte scatenando i più reconditi istinti della natura. Attraverso il suo lavoro sottolinea la nostra generale bassa sensibilità e adattamento a immagini disegnate ma che vediamo scorrete senza sosta sugli schermi interconnessi ai social network. Secondo Cătălin Tăvală “disegnare è la sfida per analizzare una possibile immagine oggettiva dalla realtà e per raggiungere qualcosa di soggettivo con mezzi specifici. Questo si traduce nella creazione di un’intima connessione tra il reale percepito superficialmente e il reale interpretato criticamente”.

Andrej Lamut e Mirjam Čančer, sono una coppia di Lubiana (Slovenia) che attraverso la fotografia si interroga su cosa succederà nel futuro, cosa stiamo sbagliando, come appaiono le vedute laterali su ciò che rimane del pane. La fotografia della coppia Andrej Lamut e Mirjam Čančer esprime un’opinione critica sulla disintegrazione fisica e morale del pane, facendoci tornare ai significati culturali e antropologici del pane e chiedendosi cosa succederebbe se … Per i due fotografi: “il pane è il cibo più antico creato dall’uomo ed è stato una delle più grandi parti della cultura umana per migliaia di anni. È la parte dominante della dieta delle persone in molte parti del mondo ed è una parte importante dei rituali religiosi e secolari. È una metafora delle necessità e del benessere di base e la sua mancanza è associata alla carestia, alla povertà e persino alla morte. Condividere il pane con qualcuno significa prendersi cura di loro, mettere il pane sul tavolo significa provvedere alla famiglia. È così importante che nei paesi di lingua inglese è persino sinonimo di denaro. Qual è il nostro atteggiamento verso di esso qui e ora? Mentre le persone in tutto il mondo continuano a morire di fame, la cultura occidentale vive in una tale abbondanza che abbiamo iniziato a demonizzare l’unica cosa che ci ha nutrito e nutrito per così tanto tempo. È diventato popolare non mangiare il pane ed evitare il glutine, anche se non c’è bisogno di cure mediche. Perché stiamo iniziando a respingere qualcosa che è sempre stato sinonimo di buono e giusto? Forse è la propaganda o semplicemente la natura umana, a rivoltarsi contro le nostre stesse creazioni. Nelle fotografie vogliamo ritrarre il pane e il rapporto umano con esso, cosa succede quando abbandoniamo il nostro pane e proviamo persino a immaginare il mondo senza di esso”.